Covid-19: cosa accade sul piano psicologico, tra paura e adattamento

Prima di entrare nello specifico dell’articolo è importante ribadire informazioni utili alla prevenzione e al riconoscimento di un possibile contagio.

I Coronavirus, identificati a metà anni ’60, sono una vasta famiglia di virus noti per infettare l’uomo (e alcuni animali) colpendo le cellule epiteliali del tratto respiratorio e gastrointestinale.

Il nuovo Coronavirus appartiene alla stessa famiglia di virus della Sindrome Respiratoria Acuta Grave (SARS) ed è responsabile della malattia respiratoria che tutti ormai conosciamo come Covid-19.

Quali sono i sintomi?

E’ una domanda che ad oggi, nonostante l’esordio dell’epidemia risalga a mesi addietro, continua a presentarsi ricorrente.

I sintomi più comuni che si manifestano nei pazienti positivi al Covid-19 sono febbre, tosse secca, spossatezza e dolori muscolari, congestione nasale, mal di gola, disturbi intestinali. Nei casi più gravi, l’infezione può causare polmonite, sindrome respiratoria acuta grave, insufficienza renale e persino la morte.

Certamente le persone anziane e coloro che presentano patologie croniche, pazienti immunodepressi hanno un rischio maggiore di sviluppare forme gravi di Covid-19. Ma questo non deve indurci a sottovalutare la situazione, che risulta essere molto delicata e pericolosa per tutti.

Di rapida e facile trasmissione, il Covid-19 presenta un periodo di incubazione che va da 2 a 11 giorni dal contagio, fino ad un massimo di 14.

Quali sono i comportamenti da assumere per ridurre il rischio di contagio?

Prestate attenzione al corretto utilizzo della mascherina e dei dispositivi di protezione individuale, per evitare che invece di proteggere aumentino il rischio di infezione.

Cerchiamo di capire ora cosa accade sul piano psicologico in un periodo storico come questo.

In un simile contesto di incertezza e preoccupazione, si realizza un’immobilità emotiva che favorisce percezioni di isolamento, smarrimento, vuoto, angoscia, vulnerabilità. La paura che domina sulla nostra quotidianità può essere considerata, entro certi limiti, funzionale in quanto determina un’adeguata attivazione e una motivata attenzione ai protocolli e alle disposizioni emanate. 

Dunque avrebbe una funzione di protezione per sè e per gli altri, consentendo una riduzione dei rischi di contagio e di diffusione del virus.

Il Covid-19 ci richiede di modificare le nostre abitudini personali, interpersonali e relazionali in una misura drastica e improvvisa. La sfida più significativa è nella ricerca di nuove modalità di contatto che non ostacolino il mantenimento dei legami e permettano di conservare, adattandola costruttivamente, la nostra routine quotidiana accorciando le distanze, in un momento in cui più che mai avvertiamo il bisogno di vicinanza.

Certamente le persone anziane e coloro che presentano patologie croniche, pazienti immunodepressi hanno un rischio maggiore di sviluppare forme gravi di Covid-19. Ma questo non deve indurci a sottovalutare la situazione, che risulta essere molto delicata e pericolosa per tutti.

Di rapida e facile trasmissione, il Covid-19 presenta un periodo di incubazione che va da 2 a 11 giorni dal contagio, fino ad un massimo di 14.

La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire,
l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi
prima o poi dovrà finire.”
Brunori Sas

La prima tappa di una sindrome generale di adattamento allo stress è quella che viene definita da Cannon (1920) fight or flight response ovvero, più comunemente, la reazione di attacco o fuga. Si tratta di una risposta fisiologica che corrisponde ad una zona del nostro cervello chiamata ipotalamo. Se stimolato, l’ipotalamo attiva una serie di cellule nervose preparandoci, mediante il rilascio di specifiche sostanze chimiche, alla fuga o all’attacco.

Una vera risorsa che ci consente di aumentare lo stato di vigilanza mentale nelle situazioni che lo richiedono, mediante automatici cambiamenti fisiologici che producono emozioni di apprensione e spavento ma anche manifestazioni e sintomi tipici dell’ansia. 

Non a caso, non si dà il meglio di sè se non si possiede il giusto livello di tensione in un compito difficile. Certo è che se si diventa troppo ansiosi, la capacità di problem solving diminuisce così come il grado di efficienza delle nostre azioni.

Se, dunque, la paura diventa la lente attraverso cui guardiamo il mondo rischiamo di perdere la lucidità e commettere errori di valutazione, cedendo al panico generale e agendo all’interno di un margine di errore che può solo aumentare. Rischiamo inoltre di bruciare tutte le nostre energie, non solo mentali ma anche fisiche, sviluppando veri e propri disturbi psicologici, tra i più frequenti il disturbo post traumatico da stress.

Come permettere che la paura non ostacoli il nostro adattamento?

Iniziamo ad interrogarci sul perché ci crea tanta angoscia e ansia il fermarci, rispettando l’obbligo di stare in casa.

Eppure è ciò che abbiamo sempre esplicitato come bisogno e desiderio nei tempi in cui fermarci non era proprio possibile. La vita ci ha obbligati per troppo tempo a ritmi che abbiamo spesso giudicato insostenibili, e ora? Finalmente la nostra necessità di tempo, riposo, condivisione familiare è soddisfatta. 

Ma qualcosa ribolle dentro noi e ci spinge a infrangere le regole di questo momento, a cercare di aggirare le limitazioni apparendo poco responsabili e incapaci di comprendere una emergenza diffusa in gran parte del mondo.

La realtà è che non siamo più abituati a stare. Ci sentiamo inutili lì fermi in un contesto che dovrebbe essere estremamente familiare, ma che ormai conosciamo poco.

Quale è la bussola in questo viaggio?

Ripartiamo dall’essenziale, ritroviamo la bellezza di rivolgerci lo sguardo e di ascoltarci.
Meditiamo su noi stessi, sulle nostre emozioni, bisogni e aspettative. Ricerchiamo i nostri sogni e desideri. Parliamoci, ma parliamoci davvero come chi sa condividere e accogliere.

Tutto questo passerà molto presto e spero che niente torni ad essere normale. Deve rimanere questo nostro raccoglimento interiore, il silenzio che abbiamo conosciuto deve diventare più amico, un confidente, un amante. Deve rimanere questo senso di vita breve, la consapevolezza del nostro precariato su questo mondo. La fragilità che si è presentata deve rimanere dentro, essere accolta e non lasciare che se ne vada al primo appuntamento con un corpo in salute.

Tutto questo passerà molto presto e spero che niente torni come prima. Dobbiamo conservare il sacro del dettaglio. Il viaggio nel vicinato, l’immersione familiare, investire meno nel superfluo, dare una mano al necessario degli altri, uscire non sempre, cucinare insieme, andare a dormire con la stanchezza di chi non ha dato per scontato il sole del pomeriggio.
Tutto questo finirà molto presto e niente deve tornare alla normalità, abbiamo davanti a noi la grande occasione di lasciarci alle spalle la paura della morte per puntare tutto, finalmente, sul coraggio di vivere.
” – Gio Evan

Dott.ssa Alessandra Antogiovanni, Psicologa

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